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Ernia del disco
(detta ernia al disco o ernia discale)
vedi anche (ernie discali casistica)
Cos'è l'ernia del disco?
L'ernia del disco è una fuoriuscita di materiale del nucleo polposo del
disco, causata dalla rottura delle fibre dell'anulus fibroso che formano
la parete del disco.
Cosa provoca l'ernia del disco?
Questo materiale venendo a contatto, nel canale vertebrale, con le
strutture nervose radicolari ma anche midollari (tratto cervicale e
dorsale) a seconda del livello interessato, è responsabile di quadri
clinici di radicolopatie e mieloradicolopatie.
La diagnosi di ernia del disco
La diagnosi dell'ernia al disco è frutto di una sintesi tra l'esame obiettivo neurologico e i reperti
strumentali, TAC e RM.
Abbiamo avuto in cura migliaia di pazienti portatori di ernia del disco
sia del tratto lombare che del tratto cervicale e dorsale (quest'ultime
molto rare).
Tra tutte abbiamo studiato e raccolto in un'ampia documentazione, tutti
i casi di ernia del disco del tratto lombare, giunti alla nostra
osservazione dal 1986 fino al 2000.
Le abbiamo suddivise in due gruppi:
1) ernie del disco primitive
2) recidive erniarie e esiti fibrotico-cicatriziali in rachide operato.
Su un totale di 1077, le prime sono 984 e le seconde 93. Questa
apparente disparità dei numeri ci appare come una diretta conseguenza
delle difficoltà dei pazienti con possibile recidiva erniaria, a essere
raggiunti da informazioni utili (che non siano quelle dello
specialista/chirurgo, che se ne sia fatto carico fino ad allora).
I risultati
L'indicazione per queste tipo di patologia ci pare infatti di grande
interesse, oltre che per la importanza dei risultati raggiunti, anche
per la molteplicità dei motivi che possono sconsigliare un secondo
intervento per recidiva di ernia del disco; per quanto concerne le
recidive algiche da focolaio cicatriziale post-chirurgico vi è d'altra
parte una quasi assoluta controindicazione al reintervento.
Tutti i nostri pazienti operati erano stati sottoposti a discectomia
previa emilaminectomia ed in alcuni casi emiartrectomia.
La diagnosi è una "diagnosi di probabilità" e si basa su una serie di
elementi clinici e radiologici (presenza di intervallo libero etc.)
A fronte di queste difficoltà, i casi a cui è seguita guarigione
completa sono stati 90, con il 3% circa di insuccessi.
(Recidiva erniaria in L4/L5 in paziente operato tre anni prima di E.D
L4/L5 e L5/S1 a) RM-prima dell'intervento 2 immagini assiali e 2
sagittali-ernia mediana/paramediana in L4/L5 e in L5/S1 sempre a Sn. .
In 2 di questi malati, uno con focolaio cicatriziale in L4/L5 e l'altro
in L5/S1, erano trascorsi 3 anni dall'intervento.
Nell'ultimo caso di probabile recidiva in L5/S1 era trascorso un anno e
mezzo circa.
In tutti i casi, 29 recidive di enia discale (31%) e 64 da focolaio
cicatriziale (65%) il dolore radicolare era una costante e così pure il
deficit sensitivo.
Segni motori erano presenti in 31 casi, come espressione di una
sofferenza radicolare cronicizzata, per lo più in S1 (14), L5 (9), L4
(6), L3 (2).
Del primo gruppo fanno parte 984 ernie del disco primitive del tratto
lombare.
Si tratta di pazienti studiati, con TC, RM o altre indagini strumentali,
EMG, ENG, con quadro clinico di sciatalgia (sciatica) o cruralgia e
"diagnosi di certezza" di radicolopatia da ernia del disco.
Non vi sono pertanto inclusi tutti i casi di comune osservazione che
ugualmente possono dare segni di sofferenza radicolare/degenerativa, ma
non di natura erniaria.
Il trattamento chirurgico dell'ernia del disco
Nella patologia dell'ernia del disco l'indicazione chirurgica è
certamente risolutiva nella maggior parte dei casi, ma non in tutti.
Infatti nei migliori centri di chirurgia vertebrale le recidive non sono
comunque inferiori al 4% - 7%.
Il trattamento conservativo dell'ernia del disco
L'intervento, salvo nei casi caratterizzati da deficit motore grave, è
per ovvii motivi riservato a quei malati nei quali il dolore persiste
dopo un mese, un mese e mezzo, spesso anche due o più dall'inizio dei
sintomi.
Il nostro intervento, assolutamente non invasivo, non doloroso, senza
anestesia di nessun tipo, senza alcun effetto collaterale immediato o
postumo, si pone con l'ottica di condurre il malato ad una guarigione
clinica, caratterizzata dalla scomparsa del dolore e dalla
negativizzazione del quadro neurologico, in questo stesso lasso di
tempo.
A guarigione avvenuta, solo l'assenza di un riflesso profondo segnalerà
la pregressa sofferenza radicolare. I tempi di recupero delle funzioni
sensitive e motorie radicolari (più lenti di quelli dei nervi
periferici) sono in relazione con la gravità espressa clinicamente dall'
entità del deficit, cui corrisponde una diversa gravità delle lesioni
anatomiche, alle quali sopra si accennava.
L'intervento è stata l'unica alternativa nei pazienti non andati a buon
fine ( 59 ) pari al 6%, tra tutti i casi trattati ( 984 ). Se si
escludono i malati (14) giunti alla nostra osservazione
nell'immediatezza dello scoccare dei sintomi, perché da noi
precedentemente curati per ernia del disco di altro livello, in tutti
gli altri casi si tratta di malati che visitiamo non prima di
tre/quattro settimane dall'inizio della sintomatologia e che già hanno
utilizzato tutta una serie di presidi medici (cortisonici e fans) e
fisici del caso.
La causa degli insuccessi è sempre il persistere del dolore, tale da non
assicurare al malato una soddisfacente qualità della vita, mentre in
nessun caso abbiamo assistito ad un peggioramento del deficit
neurologico.
Ne consegue che anche in questa categoria di malati con ernia del disco:
1) non possano esistere che risultati risolutivi o non risolutivi
2) sia impossibile arrecare danno a un malato, allorché in presenza di
un deficit se ne ritardi in qualche modo l'intervento
3) l'efficacia delle cure (94% di guarigioni) che comunque impediscono
un aggravamento del deficit, si rivela un presidio insostituibile, di
fronte alle lungaggini e ai ritardi di un sistema sanitario, oberato e
spesso insufficiente a smaltire liste d'attesa lunghissime.
Ad una suddivisione dei risultati utili, a seconda del livello
interessato, le guarigioni sono risultate 396, pari al 96% in L5/S1, 343
pari al 92% in L4/L5, 139 pari al 95% in L3/L4, 47 pari al 93% in L2/L3.
Si può notare come le ernie del disco in L4/L5, si discostino
negativamente nel risultato di circa il 4% da quelle in L5/S1 e
rispettivamente del 3% e 2% da quelle in L3/L4 e L2/L3.
Crediamo che questo sia dovuto solo parzialmente alla relativa maggior
mobilità del tratto in questione e in gran parte alla relativa maggior
presenza in questo segmento, di ernie laterali (foraminali e
extraforaminali), che su un totale di 78 su 984 (8%), interessano il
livello L4/L5 in 49 casi, contribuendo, in modo determinante a venti dei
trenta insuccessi.
Le tecnologie ripolarizzanti agiscono su due versanti,
sull'infiammazione e sul deficit neurologico.
Sappiamo che una compressione meccanica anche forte, esercitata su una
radice sana, ad esempio con una pinza chirurgica, non provoca in alcun
modo dolore.
Viceversa una spiccata reazione dolorosa si ottiene anche con un minimo
contatto e quindi effetto compressivo praticamente nullo, di una radice
nervosa danneggiata da un prolasso erniario.
Questo indica una aumentata sensibilità della radice e suggerisce
pertanto che debbano esservi, a seguito dell'insulto meccanico
originario, importanti reazioni secondarie, responsabili di questa
maggiore sensibilità.
L'esame istologico di queste radici nervose mostra frequentemente una
iperplasia del perinevrio e la presenza di infiltrati cronici di cellule
infiammatorie (Lindahl) e queste alterazioni sono state descritte anche
nella stenosi spinale (Watanabe e Parke).
E' stato da altri suggerito (Lipson e Muir - Silbert), dopo accurati
studi istologici di dischi erniati di animali e dell'uomo, che la
sindrome attribuita alla compressione, meglio si spiega come un processo
degenerativo del disco con esito in una risposta riparativa di tipo
proliferativo.
Sappiamo che l'evento compressivo costituisce il momento patogenetico
che determina le manifestazioni sintomatologiche iniziali e che a un
notevole effetto massa di una lesione corrisponde un'adeguata
espressività clinica e sintomatologica.
Sappiamo anche che nelle radicolopatie da cause non progressive (ernie)
avviene una riduzione delle capacità compressive dell'ernia per fenomeni
di autolisi e di adattamento del circolo radicolare; tuttavia questo non
spiega come grossolane e voluminose ernie del disco, per le quali il
quadro clinico iniziale può essere di massima severità, possano
successivamente decorrere, anche per il resto della vita senza mai dare
recidive e senza deficit di alcun tipo.
E' assai verosimile che l'effetto compressivo di un materiale divenuto
"inerte", nel quale pertanto si siano completati i meccanismi biochimici
di riparazione tissutale, o che comunque abbia cessato di rappresentare
motivo di una risposta immunitaria-infiammatoria, sia praticamente
nullo.
Appare evidente che le recidive algiche, possibili solo in relazione a
successive fuoriuscite di materiale dal nucleo polposo, sono minime o
assenti se la lesione precedentemente trattata era voluminosa o massiva;
viceversa sono più frequenti in presenza di piccole lesioni erniarie,
soprattutto se associate a quelle condizioni, come le stenosi del canale
vertebrale, nelle quali si realizzano meccanismi infiammatori di tipo
cronico.
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